È tutto uno sbaglio, io non dovrei essere qui.

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Enter the void

Non è una questione di debolezza, nemmeno di codardia. 

Capita che un ingranaggio nel tuo cervello non funzioni più, si ribelli al ritmo da fabbrica e ti faccia vedere le cose in una prospettiva diversa.

Capita di pensare che morire, gettarsi da un piano abbastanza alto e farla finita, sia una decisione consapevole e perfettamente logica. Che senso ha continuare, non vedi i tuoi continui fallimenti? 

Credevo che finire sotto una macchina (giuro non l’ho fatto apposta, credetemi) mi avrebbe fatto riscoprire la gioia per la vita. Così è stato ma è stato troppo breve.
No, non sono decisamente guarita.

FS

Ci avevo messo un po’ a capirlo ma poi, quando seppi dare un nome al mio stato d’animo, è stato come se qualcuno, in mezzo ad una folla di sconosciuti, mi avesse chiamato per nome, mi avesse abbracciato e mi avesse detto “eccoti, finalmente”.

Riconoscere la fobia sociale, la depressione e l’evitantismo è stato difficile. Era molto più facile definirsi snob, di gusti difficili e impossibili che ammettere di essere malati. Trovarsi difetti pur di non guardare in faccia il disturbo, divertente no?

Non so come sia iniziata la cosa ma so che ad un certo punto della mia vita mi ero ritrovata a cercare i sintomi su internet e scoprii che non ero l’unica a vivere in quel modo. Mi si aprii un mondo nuovo, infelice, spento ma con persone simili a me. queste persone poi le incontrai anche dal vivo ma questa è un’altra storia.

Ora posso dire che sono V. , ho 28 anni e soffro di fobia sociale da sempre ma che oggi, sono un po’ più sana di ieri e che la strada è ancora lunga ma ce la si può fare.

Silent all these years

Come posso ricominciare a scrivere su questo blog? Sento d’aver trascurato una grossa parte di me cercando di ignorare questo spazio privato.

Ormai non ho più la mano, le parole provano a formarsi nella mia testa ma sono solo un ammasso di lettere senza senso. Come riassumere quattro anni di silenzio?

Potrei cominciare dall’incidente. Oppure dal mio licenziamento, o ancora meglio dal mio trasferimento a Bologna. Quante cose da riassumere.

Questo è solo un post di prova, da domani proverò a disfare la matassa.

 

 

Non ha bisogno di un titolo.

E’ passato quasi un anno dal mio ultimo post, avevo aperto un altro blog ma niente da fare, non è andata bene.

Era da tempo che volevo tornare a scrivere ma mancavano sempre le parole, il tempo, la voglia e le cose da dire. Potrei iniziare sul perchè ho smesso ma sarebbe una storia troppo lunga e faticosa. In breve possiamo dire che il mio blog da quasi anonimo divenne fin troppo conosciuto.

Divenne l’ossessione di una “cara” signorina, che aveva la passione di stravolgere ogni mia parola per portare acqua al suo mulino; vedere le sue fantasiose ipotesi su di me scritte sul suo twitter mi faceva troppo male così decisi di sospendere tutto.

Ho sbagliato. Ho avuto il periodo più buio di sempre e mi sono privata del piacere della scrittura. Che scema sono stata.

Ora la signorina ha smesso di seguirmi, è tornata alle sue abitudini ed io torno alle mie.

Forse tornerà a farsi viva ma il suo bullismo sfrontato non mi toccherà più.

Magari un giorno cambierò idea e parlerò di lei, un bel post utile su come affrontare le ragazzine isteriche e infantili.

Ops, ho detto troppo e ancora non mi è andata giù la cosa.

Pazienza, mi passerà. Ora si prova a ripartire.

Demons

Ricorderò sempre l’ultima volta che ti vidi.

Ci siamo incontrati per caso nel sottopassaggio della stazione durante l’inizio del mio secondo anno di studi. Per noi due, abituati a vedersi per anni tutti i giorni, è stato come riemergere da una lunga apnea. Almeno, mi piace crederlo.

Non ricordo assolutamente che indossavi quella mattina, sicuramente qualcosa proveniente dagli anni ’80, qualcosa a cui era particolarmente affezionato. Dopo i soliti convenevoli mi hai chiesto:

“Oggi che devi fare?”

Lezione. Rinnovo badge. Sistemazione degli appunti. Treno. Corriera. Casa.

“Sto con te, ovvio!”

Mi avevi sorriso, controvoglia perchè dovevo fare la brava studentessa, ma lo avevi fatto. Non ricordo bene che lezione avessi saltato ma ricordo di come ti aiutai a sistemare la bibliografia della tesi di dottorato (“Mi sono dimenticato come un coglione di segnare le pagine!”) e di come fossi assorbita dai tuoi movimenti. Non è stata una giornata memorabile, non c’è stata alcuna epifania, non mi hai considerato la tua degna erede, non mi hai offerto metà della tua libreria. Niente grandi gesti.

Era una giornata come tutte le altre, con eventi assai banali. Eravamo solo due tizi tremendamente mal associati che stavano controllando pile di libri nella biblioteca di dipartimento.

Ricordo solo il momento del nostro saluto, però, non sapendo che sarebbe stato l’ultimo per noi. Ricordo di come mi hai ringraziato per l’aiuto, delle tue raccomandazioni ad essere diligente, di fare sempre il mio dovere, di non snaturare il mio Io. Cose molto sensate, quasi profetiche ma alle quali non avevo dato molta importanza.

Non ti ho ascoltato perchè mi avevi distratto, avevi appoggiato la tua mano sulla mia guancia.

Il mondo era sparito.

Ti sei chinato e mi hai baciato i capelli. Un gesto così paterno e amorevole, pieno di calore. Avevo le lacrime agli occhi.

“No, dai. Che fai… non hai idea di come si sporcano nei mezzi pubblici”

“Sai, non mi importa. Ricorda che sei una brava persona, hai davvero un cuore puro”

Con queste parole te ne sei andato. Grazie per tutto e ciao. Ciao anni passati assieme, ciao consigli su come rimorchiare ragazzi (non hanno mai funzionato, ci tengo a dirlo), ciao libri letti, ciao film visti assieme, ciao giornate noiose e belle, ciao confidenze.

Sì, ciao. Ma tanto ti rivedo, eccome se ti rivedo.

Purtroppo le cose non sono andate così, ma va bene. Va davvero bene.

No, non è tanto per dire. Va bene che sia andata così, a volte quando mi lascio prendere dallo sconforto, da quello che dice la gente su di me, quando me la prendo per le fandonie che si inventano, quando cedo alla voglia di piacere agli altri e non conquisto l’approvazione di nessuno mi torna in mente lui che mi ha voluto tanto bene. Lui che per molto tempo ha voluto bene solo a me. Mi sento fortunata e accetto le sfide che mi vengono incontro.

Ora c’è un’altra persona altrettanto meravigliosa che mi sta accanto ed è come se la fatica quotidiana fosse minore.

Va tutto bene.

I miei demoni per ora sono assopiti.

Libri

Avevo intenzione di aggiornare parlando della mia situazione lavorativa, di come sta andando e delle varie difficoltà che sto incontrando ma non è davvero serata, mi sono distratta con un meme che pubblico qui:

P A S S A T O

1) Quanti anni avevi quando hai iniziato a leggere?

Avevo cinque anni, mia madre si era impegnata a mandarmi a scuola con una certa base di lettura e comprensione del testo, il suo sforzo ha avuto l’effetto di farmi partire avvantaggiata rispetto ai miei compagni. Questo ha fatto credere ai maestri che ero molto intelligente… quanto si sbagliavano.

2) Qual è il titolo del primo libro che hai letto?

“Un gatto non è un cuscino” una storia strappalacrime su un gatto e la sua voglia di libertà ed indipendenza.

3) Quale libro ti ha iniziato a far leggere con regolarità?

La saga di Harry Potter. Giuro, l’ho adorata ed ho sofferto come un cane quando c’è stato il mega hiatus tra il quarto libro e il quinto. Che strazio.

4) Qual è il primo ricordo che hai della lettura?

Come avevo già detto prima ho imparato a leggere prestissimo, a Dicembre del primo anno di scuola elementare sapevo già leggere a voce alta fluentemente. I maestri mi avevano trasformato in un fenomeno da baraccone e mi portavano di classe in classe per dimostrare “come si dovrebbe leggere!” Che imbarazzo.

PRESENTE

1) Quanti libri possiedi?

Più di 300, sinceramente ho smesso di contarli dopo un po’.

2) Quale di questi è il tuo preferito?

Sono tanto, tanto indecisa. “Lolita” è stato un grande amore ma anche “Carne e sangue” mi ha coinvolto tantissimo.

3) Qual è quello che ti piace di meno?

“Nessuno si salva da solo” della Mazzantini, un regalo di compleanno assai sgradito.

4) Con che frequenza leggi?

Leggo sempre, ogni volta che posso, nella mia borsa non manca mai un libro. Credo di leggere almeno 3/4 libri al mese.

5) Libri per bambini, ragazzi o adulti?

Di tutto. Saggistica, romanzi, critica letteraria, manualistica. Ogni cosa è importante.

6) Con che velocità leggi? Ti reputi veloce, lento o nella norma?

Onestamente nella norma ma qualcuno si stupisce se finisco un articolo in poco tempo.

7) Chi è il tuo autore preferito? Spiega perché.

Nabokov. Non servono spiegazioni, prendete un suo libro e ne sarete catturati.

8) Edizioni in brossura o rilegate?

Ho un debole per quelle rilegate ma quelle in brossura sono decisamente più comode per il mio pendolarismo.

9) Chi è il tuo protagonista preferito? Spiega perchè.

Domanda difficilissima, ho amato troppi personaggi per sceglierne solo uno. A pelle scelgo Arturo Bandini, protagonista di numerosi romanzi di John Fante.

10) Chi è il tuo antagonista preferito? Spiega perché.

Claude Frollo, un uomo dilaniato dalla passione e dalla modernità che incombe.

11) In media quanto sono lunghi i libri che leggi?

Non so, credo sulle 300/400 pagine.

F U T U R O

1) Riesci a vedere te stesso in una carriera che abbia a che fare in qualche modo con i libri?

Certamente sì! Mi piacerebbe diventare un insegnante di materie umanistiche, stare a contatto con i libri sarebbe inevitabile. Considero anche l’impiego di bibliotecaria.

2) Pensi che gli ebook riusciranno ad avere la meglio sui cartacei?

No, il libro stampato eserciterà sempre il suo fascino.

3) Trasmetterei il tuo amore per la lettura ai tuoi figli?

Non imporrò niente ai miei figli, la lettura dev’essere un piacere e una gioia se riusciranno a percepirla in me quando inizio un nuovo libro allora saranno curiosi di provare anche loro.

Normalità.

All’improvviso la normalità.

Svegliarsi la mattina e sentirsi bene, in pace, come se le brutture del mondo non esistessero, le preoccupazioni lasciate fuori dalla porta e la felicità è davvero a portata di mano ed è accanto a te in quel letto. Normalità è anche discutere e non temere più conseguenze spiacevoli, confrontarsi e dispiacersi se a volte non ci si capisce.

Qualcuno che ti prepari la cena, il pranzo, che ti abbracci e ti faccia sentire accettata e anche amata. Forse è davvero la prima volta per me. Sto così bene in sua compagnia, anche il gesto più semplice ha un valore inestimabile

Riesce davvero a commuovere la parte più dura di me, quella che raramente si lascia andare, costantemente sulla difensiva. Mi rende una persona migliore, mi sprona a non mollare, a finire l’università, a trovare una sistemazione per conto mio, a resistere ai soprusi che ancora mi toccherà sopportare senza essere troppo insistente.

Non sapevo cosa fosse la normalità prima di lui, prima che ad inizio Settembre mi comparisse davanti casa e portasse finalmente un po’ di serenità e felicità. Non ne avevo proprio idea, me ne sto innamorando sempre più.

 

 

Il plot twist che non t’aspetti!

Agosto è stato un mese assurdo per me. Troppo lavoro, troppi litigi, troppi pomeriggi sprecati. Ma la cosa che mi lascia ancora senza fiato è scoprire a chi erano rivolti i miei pensieri.

“Dov’è Francesca? Cosa fa Francesca? Avrà mangiato? Avrà dormito?”

Una sola persona in testa, lei e nessun altro.

Non mi aspettavo di provare tutta questa empatia in così poco tempo. Per lei, poi. Per quella ragazza che 3 anni fa mi aveva urlato “Io e te non saremo mai amiche, ricordatelo!”

Non l’avevo mai sopportata, mai. Troppo orgogliosa, costantemente sulla difensiva e malfidata.

Com’è stato possibile attaccarmi così tanto a lei? Dimenticare amicizie, affetti, studio e pensare sempre a lei.

Attraverso lei sto rivivendo le scelte (pessime), le situazioni e i dolori di un passato ancora troppo recente.

Guardare lui che guarda lei, una lei che non sei tu. Tutto questo su un luogo di lavoro. Quanto volte mi è successo? Il cuore mi si è davvero spezzato in due quando ho visto quello che le stava succedendo. In vacanza non ho fatto altro che chiedermi se avesse mangiato ora che non ero lì a spronarla con le mie parole.

Avrei tanto voluto stare lì con lei, prenderci una o due sambuche e parlare. Di lui, della rottura, del suo stato emotivo o di qualsiasi altra cosa che ci fosse passata per la testa. Sapere che non era lì da sola in quell’ambiente, che sapevo esattamente ciò che stava passando. Che non era sola.

Anche ora mi chiedo se sta davvero studiando per gli esami, se piange ancora per le lettere che ha ritrovato in camera sua, se è un po’ più serena.

Ma non credo di avere tutto questo diritto, nel mio piccolo l’unica cosa sensata che posso fare è offrirle una spalla su cui piangere e una birra da bere in due.

Spero che Settembre ci porti qualcosa di buono.